Postato da: aranciacannela alle 12:15 di mercoledì, 04 novembre 2009
radiotrepercorsi. ho avuto modo di ascoltare una trasmissione radio in cui è stato ospite Lorenzo Salvi.
si parlava di counseling.
“L’equanimità è l’opposto dell’attaccamento, è non-attaccamento. È una dimensione determinante del sentiero interiore. Ovviamente, esistono diversi gradi di equanimità, ma anche un’aspirazione, una sincera aspirazione verso di essa è già un inizio di vera equanimità. Dunque, l’equanimità è l’anima del lavoro interiore, il cuore del sentiero, il cuore della realizzazione e dell’adempimento. L’equanimità è l’anima della presenza mentale che chiamiamo consapevolezza non-giudicante, cioè una consapevolezza che tende all’equanimità. L’equanimità è il cuore della saggezza, non si può guardare in profondità senza l’intimo equilibrio dell’equanimità. E l’equanimità è anche il nucleo più profondo dell’amore, della compassione, della gioia empatica.”
Spunti.
Che mi accompagnano.
Postato da: nonsonogus alle 22:51 di giovedì, 29 ottobre 2009
Quando hai deciso di lasciare il blog
ho sentito un vuoto dentro di me.
Ho scritto ancora, io non mi fermo,
seguito a camminare nella mia strada,
ma forte era la
sensazione che parlavo al nulla.
Perché per qualsiasi cosa che noi
elaboriamo è sempre impellente il bisogno
di un testimone che raccolga
le nostre emozioni.
Postato da: aranciacannela alle 11:48 di giovedì, 29 ottobre 2009
I tre punti principali degli oroscopi del cazzo tracciano le vie maestre.
Si va avanti così: Amore, lavoro, salute.
Come dire: pane, amore e fantasia. Canta che ti passa, credevo fosse amore invece era un calesse, vedrai.vedrai….
Sono esattamente dove so di essere.
In un mondo merdoso.
Fatto di buone intenzioni ma di esplicazioni malsane. –ivi compresa, naturalmente-
C’è poco da stare allegri. E c’è poco da adeguarsi.
Amore, salute, lavoro.
L’amore è una finzione, la salute è un lusso, il lavoro - ci chiede il lacchè…- lo preferiamo fisso? Lo preferiamo, sì. Svolgiamo diligentemente il nostro compito di sordomuti, guidando come automi, rispettando la fila, confondendo cose futili come fossero drammaticamente solenni, arriviamo a insultare per un parcheggio, assistiamo impassibili ai paradossi istituzionalizzati. E andiamo a nanna esausti. Per tornare a galleggiare inermi. Dicasi vita di merda. Crediamo di sopravvivere coltivando sogni, amori sovrannaturali, teoremi di bell, soddisfazioni a buon mercato. Insomma ci paraculiamo da soli. Tutto per nascondere una palese verità: quella della mediocrità assunta a modello. Ché la verità è che non ci si dovrebbe rassegnare a coltivare i propri intimi pensieri come fughe di mezzanotte. Canovacci imbastiti per trame riposte nel cassetto.
Stringo nelle mani una tazza di caffè fumante.
Vi vedo riflessa la mia immagine scura imbrillantata dal sole.
Un soffio librato sulla superficie interrompe lo specchio a cercare la particella galleggiante, quella condensata nell’entanglement delle somiglianze perdute.
Postato da: aranciacannela alle 22:54 di domenica, 19 luglio 2009
“Ogni giorno in tram vede tutto quello che non vorrebbe mai diventare. Solca la grigia marea di persone, munite o sprovviste di biglietto, gente che sale e gente che si prepara a scendere, gente che là da dove viene non ha ottenuto nulla e là dove andrà non ha niente da aspettarsi.”
Elfriede Jelinek - La Pianista
Postato da: nonsonogus alle 19:25 di venerdì, 17 luglio 2009
Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L'artigiano a mirar l'umido cielo,
Con l'opra in man, cantando,
Fassi in su l'uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
Della novella piova;
E l'erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passeggier che il suo cammin ripiglia.
Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand'è, com'or, la vita?
Quando con tanto amore
L'uomo à suoi studi intende?
O torna all'opre? O cosa nova imprende?
Quando dè mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d'affanno;
Gioia vana, ch'è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.
O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
È diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! Assai felice
Se respirar ti lice
D'alcun dolor: beata
Se te d'ogni dolor morte risana.